Internazionali d'Italia Series - Chies d'Alpago

Racconti di malga

Testo e foto:
Miriam Terruzzi

Felice fa strada lungo una scala stretta che sembra quella di una soffitta dove i bambini andavano per giocare alle biglie in santa pace. La porta si apre su una stanza con un’infinità di sci di diverse epoche. La luce del mattino che li illumina li rende ancora più lucidi e cristallizzati in quel tempo in cui erano a contatto con la neve fresca. Lui spiega che li ha salvati dalle discariche per testimoniare l’evoluzione dell’attrezzatura e – naturalmente – anche la tradizione dello sci nelle Dolomiti. Questo basta a far capire la dedizione di Felice nel rievocare la storia e nel tramandarla.

Al piano inferiore, l’interno della baita assomiglia alla cambusa di una nave, con miliardi di cose appese, bottiglie di vino, legno ovunque e un camino che di sicuro nei freddi giorni invernali pacifica le anime radunate attorno a lui con i bicchieri pieni. Ma adesso sulla Conca dell’Alpago soffia la rovente estate di giugno inoltrato e Felice versa il Prosecco al suo amico Roberto, socio e fondatore di Forum Alpago.

Sulle orme del Conte.

L’associazione, negli anni, ha tentato di produrre documenti e proposte per valorizzare la vita in montagna. 

“Abbiamo riportato alla luce la storia di Endrighetto da Bongaio,” spiega Roberto “che nel 1300 era conte di questa vallata, signore di Feltre, Belluno e della Valsugana, oltre che vicario imperiale.”

 “Era una storia dimenticata ma davvero avvincente che ci ha appassionato al punto di immergerci nelle ricerche e riportarla in auge. Abbiamo scoperto tantissimi documenti, anche falsi, costruiti da chi aveva vinto le guerre di conquista di questo territorio per la famosa foresta che oggi tutti chiamano Cansiglio. In realtà, nel 1636, si chiamava bosco d’Alpago perchè era delle comunità familiari di questo territorio. Tutti questi piccoli dettagli ci hanno galvanizzato ed è stato, man mano, sempre più avvincente, abbiamo persino iniziato gli scavi dove si presumeva ci fosse stato il castello di Endrighetto.”

Nei riflessi lucenti dei calici riverbera l’azzurro del cielo e il verde dei prati, scintillanti nel sole dopo la furiosa tempesta della notte. Lo spirito di appartenenza qui, vive più forte che mai, come se aver vissuto tra queste montagne sia un marchio indelebile.

Perfino Rodolfo Sonego – sceneggiatore di Alberto Sordi – nato e cresciuto in Alpago, tornava sovente qui per ritrovare la pace o – chi può saperlo – magari per farsi ispirare dal silenzio che si rivela sempre un buon consigliere.  

I lanciatori di manere.

“Durante le ricerche,” continua Roberto “ci siamo detti che non potevamo chiuderci come degli studiosi, dovevamo portare la storia fuori dalle nostre stanze e riportarla alla cultura popolare. Per anni abbiamo fatto una manifestazione – prima qui a Lamosano e poi a Pieve – sviluppando temi medievali. Le streghe, il fuoco, il tempo, gli alchimisti. In verità, è sempre stato un bel successo. Di sicuro non è stato facile, non abbiamo mai avuto fondi. Ma c’è tanta passione e lui…” ride rivolgendosi all’amico “lui è il bambino più appassionato di tutti”.



Felice sorride e comincia a raccontare di un lato curioso ed affascinante delle rievocazioni storiche che coinvolgono Endrighetto da Bongaio, questo mitico – ma autentico – personaggio a cui tutti si sono a loro modo affezionati.

“All’interno delle attività,” spiega “ho ideato una sorta di guardia del corpo del conte. Non avendo particolari strumenti medievali nella nostra storia, abbiamo pensato di mettere alla cintola la manera – ovvero la scure – per dare valore ad uno strumento che ha creato economia a tutti i livelli nelle zone montane. Non la intendiamo come un’arma per contundere ma come un vero e proprio oggetto che identifica un ruolo e, in questo caso, anche un’abilità”.

Felice e i suoi lanciatori di manere aprono le rievocazioni esibendosi per il pubblico. Viene posto un poligono da tre metri e mezzo per un metro a distanza di otto o nove metri, dimostrando la capacità di piantare l’oggetto a quella distanza. Un’attività che crea adrenalina e allo stesso tempo nutre la voglia di provarci. I festeggiamenti proseguono per le vie del paese con i tamburi e tutta quell’atmosfera che proietta i partecipanti in un’altra affascinante epoca.

Un salto nel tempo.

“Se la festa prosegue fino all’arrivo del buio,” continua Felice “accendiamo i bracieri e diventa tutto ancora più coinvolgente”.

I fuochi, le stelle, i boschi nell’oscurità e poi ancora le streghe, le leggende: l’Alpago torna così ad essere come era nella notte dei tempi, quando le torce illuminavano le vie e gli abitanti vivevano all’ombra del castello.

“Vogliamo che le persone si sentano veramente proiettate nel medioevo” racconta Roberto. “Per questo, durante le rievocazioni cerchiamo anche di rispettare le tradizioni gastronomiche. L’America non era stata ancora scoperta quindi non si mangiavano né patate né pomodori. C’era il maiale e poi le zuppe di ceci”.

Si sofferma su una particolarità tutta alpagota, uno speciale fagiolo che pare possa crescere solo e soltanto qui. 

“Ci hanno provato ma non sono mai riusciti! Le chiamano le “Mame d’Alpago”, forse perché era un cibo in grado di sfamare anche nei tempi più duri, è un fagiolo ma non americano e probabilmente, in antichità, era un’erba che la gente poi è riuscita a coltivare”.




Il passato nel presente.

Felice si sposta sul campo di allenamento dove sventolano le bandiere come se davvero fossimo in un romanzo di Ken Follet. ll colpo secco della manera che viene conficcata nel legno è lo scandire del tempo nel silenzio, un gesto che rievoca dignità, orgoglio, appartenenza. Il modo in cui alza l’ascia sopra la sua testa per qualche secondo riesce a conferire alla scena quell’allure della quale i due amici parlavano prima: un istante che è nel passato e nel presente allo stesso modo, in quello stesso momento.

“Dobbiamo essere responsabili della nostra cultura” dice. “Bisogna sentirsi parte integrante del territorio, testimoniare, documentare, tramandare. Le civiltà che non hanno trasmesso niente di scritto, sono morte”.

Latte fresco appena munto.

La parete rocciosa alle spalle della malga è completamente nel sole e, dalla terrazza, la veduta della Conca è amena come una cartolina. Ci sono i boschi a predominare su tutto e poi i pascoli dove trascorrono il loro quieto tempo le pecore alpagote, gli yak e le grigio alpine. 

Illari è in cucina, sta facendo gli ultimi gnocchi di patate per il pranzo. Con le mani ancora infarinate, spiega:

“Io e il mio compagno Franco ci siamo conosciuti nel 2018 e abbiamo deciso di cambiare vita. Lui aveva già un allevamento, inizialmente tenevamo ottocento animali per il formaggio a latte crudo. Oggi, complici le restrizioni, ci siamo focalizzati sulla cucina con carne e prodotti a km 0 e stiamo provando ad aprire una fattoria didattica”.

Ma qui a Malga Illari vengono da tutta la valle – e dalla provincia – solo per assaggiare un prodotto unico: il gelato al fiordilatte. Un solo semplice gusto capace di proiettarti direttamente in un alpeggio con i campanacci delle mucche tutt’attorno e il latte caldo appena munto. 

“Era il periodo del Covid,” racconta “e un giorno qui in malga è passato un rappresentante di macchine di gelato. Era da molto che pensavamo a che dolci proporre ai nostri clienti e questa ci era sembrata una bellissima idea.”

Poi con la pandemia e le chiusure, hanno iniziato a fare asporto. Di gelato al fiordilatte ne è stato venduto tantissimo e ora è diventato un po’ il loro pezzo forte. La semplicità sconcertante di questo dolce risiede tutto nella materia prima che è il latte fresco delle grigio alpine che pascolano in Alpago.

“Mungiamo le mucche, pastorizziamo il latte e ci facciamo il gelato” conclude. “C’è un solo gusto perché vogliamo che le persone sentano il gusto autentico, a volte ci aggiungo solo il caffè per l’affogato ma è tutto qui. Il latte è fresco ogni giorno, questo è il segreto”.

Illari mette due palline in una tazzina e ci infila un cucchiaino che è un po’ come la via più breve per il paradiso. 

Cambiare direzione.

Sul davanzale in bella vista ci sono bottiglie di grappa di ogni dimensione e colore. Dentro galleggiano le erbe e i fiori raccolti dalla mamma di Alessandro che, proprio come un’antica erborista, le produce con tutto quello che il bosco d’Alpago offre. Aromi e sapori – soprattutto sapori – che fanno riscoprire le tradizioni scomparse.



“La nostra famiglia è di origine padovana da generazioni” spiega Alessandro. “Io sono perito agrario e, fino al 2012, facevo tutt’altro. Poi ho voluto cambiare vita. Mi sono  trasferito nell’altopiano di Lamon, ho aperto una piccola azienda agricola, facevo l’apicoltore e poi coltivavo alcune nicchie di prodotti. Nel 2020 abbiamo deciso di prendere Casera Pal in gestione. Ho voluto ripristinare proprio il nome antico con la quale era conosciuta per dare un segno importante”.

Mentre racconta, è nel suo regno: la cucina. Da qui torniamo a ritroso nella sua storia, prima i corsi per diventare cuoco contadino e poi la specializzazione. A guidarlo, la sua grande passione e la voglia di acculturarsi, di creare.

“Se lavori con materia prima di altissima qualità, è impossibile sbagliare”

Tra i piatti di spicco c’è senza dubbio il pastin. Qua la tradizione vuole che sia un misto di manzo e maiale, invece Alessandro alleva asini e pecore alpagote perciò usa le carni del suo allevamento.

“L’agnello al latte non può mancare però abbiamo anche golose proposte vegetariane e senza glutine come per esempio gli gnocchi di polenta che possiamo condire con burro e salvia oppure con le verdure. Sono fiero di dire che sto riproponendo anche  il prosciutto violino che in antichità era molto presente su questo territorio”

La vita terrena.

Se l’attaccamento al territorio per chi in Alpago ci è nato e vissuto è forte come un legame materno, è più complicato spiegare il rapporto di coloro che hanno scelto di vivere qui. Una dichiarazione d’amore che è quasi inconsapevole all’inizio e poi si cementa con gli anni, vivendo il senso di comunità della montagna. 

“Non è un colpo di fulmine,” dice ancora. “Ci si innamora di questi luoghi con il tempo. Parliamo di un territorio tutto da scoprire. Poi, in città sei un numero, qui invece hai un’identità, sei una persona. A me piace definirmi uno straniero che viene dalla pianura. Inizialmente i montanari ti studiano, hanno bisogno di tempo per capire come sei. Però, quando qualcuno ha bisogno, fanno di tutto per aiutare. La qualità di vita qui è proprio un’altra cosa. Qui i bambini giocano ancora fuori in strada – a nascondino, a guardia e ladri. Io? Non tornerei più indietro”.

Sognando l’utopia. 

Le pecore alpagote pascolano quiete per i prati mentre il sole invade con la sua luce dorata Pian Formosa, luogo ameno dove è lecito pensare che tutto sia stato creato per la pace. Sara sta preparando le mele per la torta, una di quelle che segue fedelmente le ricette di sua nonna. 




“Cuciniamo tutto come faceva lei” spiega. “Dal pasticcio agli gnocchi fino all’agnello in tecia, seguiamo fedelmente la nostra tradizione. Non potremmo fare diversamente, questa è la nostra anima. Non cerchiamo cose troppo particolari perché non fa parte del nostro essere ma sicuramente vogliamo essere unici in certe cose”.

Parla, per esempio, del famoso pastin, del quale molti chiedono la ricetta. Il segreto è nella particolare percentuale delle carni, frutto della sapienza contadina di una volta ma anche dell’acqua che irriga i campi e che si usa per far da mangiare. Qui è pura e viene dalla montagna, sembra proprio avere un sapore unico. Un vero e proprio ingrediente. 

 




“La nonna ci ha lasciato ottime ricette anche per i dolci” puntualizza. “Penso che la sbriciolata sia unica, una delle due la facciamo con i nostri lamponi. Una volta era tradizione avere nel giardino un albero di pere, uno di mele, un po’ d’uva, un piccolo appezzamento per la farina e vivere con il necessario, in ogni stagione. Erano autonomi, un lusso che adesso ci sogniamo. Un mondo utopistico forse, eppure funzionava”.

Sara continua con la sua torta di mele mentre fuori lo scenario assomiglia probabilmente a quello che gli antenati vedevano cento anni fa. Nessuno avrebbe mai pensato ai supermercati a valle, alle industrie, alla plastica nel cibo, agli allevamenti intensivi, agli animali che non vedono mai la luce del sole.
A loro, questa nostra vita, sarebbe parsa assurda come la storia inventata di un bambino febbricitante. 

Un luogo per la comunità.

Il borgo di Irrighe ha meno di cento abitanti. Un pugno di case affacciate sulla conca che sembrano uscite da uno di quei quadri di Segantini. Le montagne che fanno da sfondo accentuano ancora di più quella sensazione di trovarsi in un luogo di perpetua tranquillità. In ogni piccola comunità che si rispetti però c’è bisogno di alcuni punti fermi, come per esempio la chiesa o il bar.

“Noi siamo qua da un anno e mezzo” racconta Denise. “Le persone avevano bisogno di un punto dove trovarsi, condividere momenti di comunità. Io e il mio compagno Raul siamo entrambi in cucina. Io faccio tutte le preparazioni lunghe delle carni eccetera e lui si occupa della griglia e dei formaggi. Poi cuciniamo anche molte proposte di selvaggina, agnello, spezzatino di cervo, ragù e chiaramente il classico pastin. Poi io ho l’orto e mi piace usare anche i miei ortaggi nelle ricette. La nostra cucina è tradizionale anche se nei weekend proponiamo anche qualcosa di più ricercato”.

A casa della nonna.

Gli affreschi sopra le pareti delle case aprono scorci sulla Funes che era un tempo, piccolo borgo ridente dove c’era la scuola, la latteria e il lavatoio dove le donne lavavano i panni con lo sguardo rivolto verso la montagna. La vita semplice qui si intreccia con la storia di chi prima ancora aveva scelto queste terre e che forse ancora sotto di esse riposa. Chi sono i volti raffigurati sugli architravi delle mura? Che cosa vi è scritto sopra? Date, numeri, nomi. Il passato alita dolcemente su questi luoghi e ne sussurra gli enigmi. Seppur in molti hanno deciso di andarsene, alcuni sono tornati per restare. 

“Io e Luca ci siamo conosciuti a scuola,” racconta Manuela. “Abbiamo studiato all’istituto alberghiero – lui cucina e io sala – e, quando abbiamo finito gli studi, ci siamo detti che volevamo aprire un’attività nostra. Era una bella sfida, avevamo rispettivamente diciannove e vent’anni. Ora siamo qui oramai da 4 anni e siamo molto contenti”.

In tanti chiedono loro il perché di questa scelta. Perché il comune di Chies. La risposta è quella di Luca che sbuca dalla cucina dopo il servizio e spiega:

“Volevo dare un po’ di vita al luogo in cui sono nato, ho sempre visto le persone andarsene da qui e volevamo lanciare un messaggio anche sociale. L’Osteria dai Tosat è la casa della nonna. Noi facciamo cucina casalinga, con un menù che cambia ogni giorno. Piatti semplici ma gustosi: andiamo forti con la selvaggina, la trippa e anche i funghi. Io sono cresciuto con i miei nonni e loro avevano l’orto, le pecore, le mucche e le galline perciò ho imparato a mangiare tutto quello che ci dava la terra. È quello che stiamo cercando di fare qui”.

Profumo di pan fritto. 

Norina è circondata dalle nipoti e dalle richieste di questo e di quello. In braccio ha l’ultimo discendente della famiglia, giunto da pochi mesi, ancora inconsapevole della lunga storia di questo stuolo di donne che lo accudiscono. 

Sulla terrazza della Locanda San Martino, è lei che racconta come tutto è cominciato:

“Noi siamo aperti da più di settant’anni. Sono stati i miei genitori a cominciare con un Coloniali, una di quelle botteghe che vendevano di tutto: dal petrolio alla lampadina, dal pane allo zucchero. Con gli anni, hanno costruito anche una sala bar dove si ballava anche. Facevano da mangiare e poi hanno aperto anche le camere. Una volta era molto diverso da ora, chi andava in vacanza si fermava anche un mese in un posto, non era il turismo mordi e fuggi al quale siamo abituati adesso”.



Norina spiega che hanno deciso di ristrutturare dopo gli anni Novanta. Con le sue figlie Alice e Giulia – e poi i rispettivi compagni – hanno rivoluzionato camere, impiattamento e preparazioni. Sì al classico – come gli gnocchi con le coratelle – ma con la creatività dello chef Paolo che si lascia ispirare dal territorio ma anche dai viaggi e dalle sensazioni. Un mix che rende questa cucina assolutamente unica e raffinata. 

“Certamente il  nostro menù è cambiato rispetto agli anni passati” confida Giulia. “Ormai il connubio tradizione ed innovazione è quasi abusato ma di fatto andiamo in quella direzione.  Cerchiamo di valorizzare i sapori di una volta senza la paura di osare. Usiamo i prodotti della nostra azienda agricola ma spaziamo dalla carne al pesce, dal piatto di salumi all’ovetto croccante. Presto arriverà anche il ceviche di trota dell’Alpago. Abbiamo poi anche un menu degustazione che è composto dai piatti che colpiscono lo chef e nascono dalle sue esperienze, sia locali che più…esotiche”.

Mentre si sente lo scalpiccio e il vociare delle bambine che giocano, si sente come questo locale – che oggi è segnalato nella Guida Michelin e nelle Guide de L’Espresso – sia ancora la testimonianza di una saga familiare tutta al femminile. Un luogo che per Norina sarà sempre casa.

“Il mio più bel ricordo tra queste mura è quello della mia famiglia” dice commossa. “Avevamo una grande tavola pesantissima – quasi due quintali – e ci ritrovavamo sempre lì, pranzo e cena, a condividere il cibo, tutti insieme. Ci ripenso e vedo le immagini di quei momenti che mi scorrono davanti agli occhi.

E se li chiudo, sento il profumo del pan fritto con lo zucchero. Ecco cosa mi fa tornare bambina”



Storia di un impasto (e di una zuppa)

L’ultimo weekend di giugno il centro di Lamosano diventa il cuore pulsante di Internazionali d’Italia Series. Il podio, l’arrivo, gli atleti che vanno e vengono e…il profumo delle pizze che aleggia nell’aria e fa venire voglia di fermarsi, anche quando il sole è a picco. Il Teverone è un locale storico che è stato da sempre un punto di riferimento per la gente di qui, un punto dove ritrovarsi e tener vivo il senso di comunità, oltre che di appartenenza con le materie prime del territorio. 

“Il locale è nato con Tilly – il precedente gestore – e l’impasto delle pizze è una sua ricetta, è sempre piaciuto molto, è particolarmente sottile – tipo un cracker – ed è molto croccante. Noi abbiamo cercato di portare avanti la sua tradizione. Cerchiamo anche di selezionare ingredienti di qualità, in modo da fare apprezzare al cliente prodotti del luogo e siamo noi a lavorarli e a tenere sotto controllo tutta la filiera. Oltre alla selvaggina, il nostro pezzo forte è la zuppa. La cuciniamo tutta la notte a bassa temperatura, nel forno a legna, in una pentola particolare in terracotta che si chiama Stufur. In questo modo i sapori si amalgamano, il risultato è un gusto davvero intenso e appetitoso”.

La nuova gestione ha deciso anche di investire in un progetto completamente nuovo. Ai piani superiori infatti le camere sono una sorta di rifugio dal caos del mondo. Ogni suite ha un’area wellness privata – sauna o piscina sul terrazzo – e il trattamento speciale fa sentire gli ospiti veramente immersi in un relax esclusivo. La tranquillità di Lamosano entra dalle finestre come fanno i paesaggi di montagna, pronti a lasciarti sempre a bocca aperta al primo raggio di sole.

La via naturale del Piave. 

Fra le case di Chies si nasconde lo scrigno di tesori creato da Ivan Fossa, tassidermista e ricercatore autodidatta che ha dedicato la sua vita all’osservazione della natura. Una passione straordinaria che ha consentito all’Alpago di avere una testimonianza straordinaria sulle varietà delle specie che popolano la Conca.

“Il museo è nato nel 2002,” spiega Luca, presidente della Pro Loco di Chies d’Alpago “Fossa era un autodidatta, si fece aiutare da molti esperti come geologi ed entomologi. Il museo conta moltissime opere tassidermiche che presentano la fauna principale del territorio, ma anche quella di passaggio, tipo uccelli migratori che stazionano qui, tanto nella parte alta dell’Alpago che nella zona del lago di Santa Croce”.

“Al piano superiore c’è un’area geologica,” racconta Franz, Assessore alla Cultura, Ambiente e Territorio al Comune di Chies d’Alpago “con un approfondimento sulla frana del Tessina.  Quando è scesa nel 1963 – lo stesso anno del Vajont – era la più grande dell’arco alpino”.

Al centro di una delle stanze, un grande plastico ricostruisce il territorio e la collocazione della Conca dell’Alpago all’interno della regione. La visione della sua interezza riesce a offrire una panoramica più comprensibile delle caratteristiche di questi luoghi in perenne movimento, come i suoi abitanti. 

“Qui c’è il Piave che scorre verso Feltre” continua Franz. “Sembra che il suo corso naturale fosse quello di venire giù diritto ma diecimila anni fa è scesa una frana dal monte Visentin che ha generato il lago di Santa Croce. Questo ha ostruito il fiume che ha cambiato corso”.

Così un plastico spiega in un baleno il carattere mutevole della Conca, un continuo spostamento di rocce che ha costretto la sua gente a non fermarsi mai, a mutare e mutare ancora, seguendo i ritmi della montagna. 

 

“La nostra missione è questa, mettere in luce la storia, la comunità che vive di essa e il frutto dell’ambiente in cui vive”.

Al fianco di un amico. 

All’arrivo della gara juniores, i ragazzi si buttano a terra sfiniti, si versano addosso l’acqua che scorre come un torrente in piena sui loro volti. Uno in particolare è stato accolto dalle grida del suo assistente tecnico, un trionfo di complimenti senza che abbia nemmeno sfiorato il podio. 

“Siamo amici” dice Andrea. “E anche compagni di squadra. Oggi faccio l’assistente tecnico. L’ho accolto così all’arrivo perché ha fatto un garone negli ultimi due giri e ha dato veramente tanto gas sui punti più ripidi, facendo veramente tanto male agli altri che erano al seguito. Secondo me non è riuscito a rimontare per poco su quelli che erano davanti perché il ritmo era veramente simile. Probabilmente ha perso un po’ in partenza ma faceva un ritmo forse più alto di quelli che aveva direttamente davanti. La sua gara mi ha entusiasmato”.

Edoardo, con gli occhi rossi per lo sforzo, mentre è ancora alle prese con il fiato corto commenta:
“Lui è veramente un grande amico. L’ho conosciuto quest’anno perché ho cambiato squadra ad inizio stagione e quindi ero nuovo. È veramente un gran sostenitore, ti gasa molto in gara ed è proprio un bravo ragazzo”.

Al di là del risultato, c’è un microcosmo che conta nel bilancio di una competizione. Molto spesso è fuori dalla nostra portata, non solo per via dei numeri, ma anche delle sensazioni che hanno più valore di un traguardo. La destinazione conta ma il viaggio di più. 

Fai rumore. 

Il sole a picco rende roventi i prati dell’Alpago. Sullo sfondo del salto ecco le Dolomiti con le loro striature quasi azzurrine nel primo pomeriggio. Quando sei in corsa difficilmente vedi il paesaggio ma sicuramente senti tutto quello che c’è attorno, come un ovattato richiamo del mondo esterno. Tra il caos – o il silenzio – percepisci solo quello che il tuo orecchio riconosce come una motivazione per andare avanti, per un altro giro e un altro ancora. 

Il rumore della motosega, nel circuito, è qualcosa di familiare, che ti riconduce alle persone che sono lì per te.

“Abbiamo portato la motosega per gasare” sorride Michele che è in una chiazza d’ombra con il padre e alcuni amici. “Oggi corre il mio amico Manuel Lorio e volevamo supportarlo in qualche modo. Ho visto dei video di tifosi con la motosega, mio papà ne aveva una vecchia in cantina, così gli abbiamo tolto la lama e l’abbiamo portata con noi”.

Tra un giro e l’altro si scambiano pareri tecnici sul tracciato, uno di loro l’ha provato e spiega agli altri la linea da tenere: schivare la roccia più alta e poi stare tutto a sinistra.
“La parte più bella di questo circuito sono questi salti qui” dice Riccardo. “Quella più difficile sono i tronchi laggiù. In MTB è importantissimo essere attenti e lucidi, sennò ti fai veramente male”.

Parlano solamente – e parlano davvero – quando vengono lasciati soli. Loro e la bici, proiettati verso il mondo che hanno scelto. Perché è divertente o perché li entusiasma, non pensano alla fatica o al rischio o a mille altre cose. Il loro videogioco non ha motore, è tutto nelle gambe. E, molto di più, nella testa.

Battaglia tra pari. 

Simone Avondetto alza le braccia al cielo sul traguardo mentre dall’asfalto sale il brivido del torrido caldo, come nelle piste di Formula Uno. Una doccia di sudore e acqua a benedire l’ultimo arrivo di giornata, una lotta tra compagni di squadra che, nel ciclismo, regala sempre spettacoli emozionanti.

“La corsa è corsa” dice Juri. “Ci accomuna lo stesso team e abbiamo il massimo rispetto l’uno dell’altro. Ma oggi il percorso era talmente duro che, chi aveva più gamba, vinceva. Simone ha dimostrato di averne di più e siamo veramente contenti di essere venuti qui, è stato un bel weekend”.




Lancia uno sguardo al compagno in maglia di campione europeo e, sorridendo, si lascia sfuggire un commento anche sul suo carattere:

“Simone è molto riservato, parla poco ma quando parla non dice mai niente che non sia intelligente. Sa scherzare ed è un compagno di squadra molto rispettoso. È molto bello condividere il tempo con lui”.

Rispetto. Per chiudere una giornata o per chiudere una competizione, tutti i valori racchiusi in una sola parola, in vista del prossimo appuntamento di Coppa del Mondo. Qui, ancora una volta, i cavalli saranno fianco a fianco. Per aiutarsi, per sfidarsi.

La sera scende su Lamosano con uno spicchio di luna bianca sopra un cielo blu Sherazade. Il campanile veglia le ombre che ancora si proiettano sui borghi, sui boschi e sugli alpeggi e fa impressione pensare che siano le stesse che il popolo di Endrighetto da Bongaio accoglieva secoli fa con l’accensione delle torce. Streghe, alambicchi, fagioli magici e altre amenità continuano a vivere nella conca tra le luci e le ombre del Bosco delle Regole dell’Alpago, riposano le leggende tra le rovine di antichi castelli, respirano ancora sepolte le storie degli avi. Aspettano le notti in cui la gente si ricorderà ancora di loro, allora sì che potranno tornare di nuovo alla vita.

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