
Testo e foto:
Miriam Terruzzi
Laggiù dove dovrebbe esserci il lago c’è una coltre di nebbia bianca che assomiglia a quella che si vede dall’oblò degli aerei quando sorvoli le cime. Infatti sbucano sull’orizzonte le montagne azzurrine mentre sul paese continua a scendere senza sosta la pioggia di marzo. Un mese piuttosto lontano dalla frenesia brulicante del turismo estivo e che dipinge San Zeno come uno di quei luoghi ameni dove rifugiarsi per trovare pace dal frastuono del mondo.
Qui la vita è trascorsa all’ombra dei castagni secolari e con i campanacci delle mucche nelle orecchie, sognando grandi vette e salendo molto in alto, più di quanto ci si possa immaginare. Il ciclismo arriva come un piccolo uragano che solleva il fango e allo stesso tempo radica le certezze. Traccia solchi sempre più profondi nei cuori di chi qui ci ha sempre vissuto e anche di coloro che hanno guarito la loro nostalgia e sono tornati per restare.

Dal terrazzo si può godere di una vista straordinaria sui versanti e sul lago, un affaccio dove si può facilmente immaginare Pietro Castellani nelle sue migliori giornate di sole. In piedi come è adesso, con il volto rivolto allo scorcio che ha accompagnato la sua vita da quando era un bambino.
“La vita era povera” racconta. “La gente emigrava. Mio fratello è andato in Svizzera a diciassette anni perchè qui non c’era lavoro. Chi poteva, andava avanti a studiare, almeno fino alla quinta elementare, altrimenti per frequentare le medie bisognava andare a Verona. Io dopo la scuola andavo ad aiutare mio padre che aveva un terreno in affitto con una decina di mucche qua sopra la piazza del paese. A quattordici anni poi ho iniziato a fare il manovale.”


Ma Pietro si accende davvero solo quando può parlare della passione che ha reso la sua vita un fuoco perpetuo tra i ghiacci: l’alta quota. Anche se nato e cresciuto a stretto contatto con la montagna, il legame con essa non è stato sempre pacifico, come quell’estate in cui aveva lavorato alla malga del Monte Baldo. Lì il vento, la pioggia e i temporali di una stagione tormentata dal maltempo lo avevano convinto a non volerne sapere più niente. Fino a che un giorno, proprio suo fratello, rientrato dalla svizzera nel 1975 lo convinse a tornarci, anzi ad andare sempre più in là. Dolomiti, Val d’Aosta, Svizzera. Le più alte e straordinarie vette mai toccate dall’uomo, camminando nell’immensità della natura incontaminata. Non ci sono più limiti a quello che Pietro comincia a sognare.
Il figlio di Pietro appoggia sul tavolo alcuni album di fotografie. C’è lui da adolescente con suo padre e poi lo zio: sullo sfondo ci sono sempre cieli azzurri e il bianco abbacinante della neve.
“Mio papà è stato uno dei pochi ad andare sul Cervino” dice, mentre sfoglia il passato. “Lui, mio zio Giuseppe, Silvano Brescianini e Nirvano Arcangeli. Un’esperienza che li ha uniti per la vita. Sono rimasti molto amici dopo quella grande avventura.”


E se subito, sentendo questo racconto, viene in mente la celebre foto del 1965 di Walter Bonatti, quello che è meno difficile da immaginare è la terribile via per arrivare alla cima: una cresta di roccia marcia con salti di venti o trenta metri e scale di corda come quelle delle cambuse dei marinai, a corda singola o doppia.
“Bisognava avere una forza bestiale nelle braccia” continua Pietro. “Ma è stata una soddisfazione immensa. Per rientrare al bivacco ci abbiamo messo nove ore e siamo pure rimasti senza pile per le torce. Ma per fortuna era una bella giornata limpida e siamo riusciti a tornare al Carrel, accompagnati dal vento e dal gelo.
Al mattino abbiamo trovato una lastra di ghiaccio che ci ha dato non pochi problemi nella discesa ma la verità è che ci siamo aiutati tanto tra di noi e con le corde. Un’esperienza eccezionale. Quando siamo scesi a Cervinia, abbiamo subito cercato un albergo e abbiamo bevuto una bottiglia di vino a testa.”
Pietro sorride come se avesse appena raccontato una marachella con gli amici ma la solennità della scalata aleggia nella stanza come se l’alito del gigante potesse ancora alitare su di noi qui, come un grande fantasma bianco che incute fascino e terrore.
“Andavo spesso con mio fratello in Svizzera” continua lui. “C’era Giambattista Campiglio, una guida della Valtellina che organizzava trekking d’alta quota, di cima in cima. Una volta abbiamo fatto otto giorni senza vedere un filo d’erba.
Per andare al ghiacciaio dell’Aletsch c’è un torrente che scorre dentro nel ghiaccio. Poi va giù fino ad un inghiottitoio e fa un rumore tremendo, proprio come un imbuto.Se ci cadi dentro, ti porta via. C’era un solo modo per passarlo e lo ricordo benissimo: abbiamo lanciato gli zaini dall’altra parte, ci siamo dati lo slancio e poi siamo saltati.
In montagna bisogna avere la testa ma mai – mai – avere paura.”

I racconti di Pietro sembrano appartenere a un diario di esplorazioni, dove l’uomo vince a fatica la glaciale natura indomabile delle vette. L’ultimo millennio invece pare aver ribaltato la visione con uno scenario apocalittico che in pochi sembrano percepire davvero.
“Ho visto il grande mutamento delle montagne” dice. “Non mi avventuro in alta quota da circa dieci anni ma anche allora avevo notato con molta tristezza che niente è più come prima. Manca il ghiaccio. La verità è che l’acqua si riduce drasticamente, alla fine diventerà come il petrolio. Anche sul Monte Bianco, non c’è quasi più niente. È una punta di nuda roccia che si sgretola come pasta frolla.”
L’amarezza si mescola adesso al ricordo, mentre si versa un bicchiere di quell’elemento della profezia, l’acqua scontata come il respiro e che, in alta quota, ha persino leggi tutte sue.
“È stato il giorno prima della scalata al Monte Bianco” rievoca lui. “Non eravamo persone capaci di stare ferme ad aspettare. Così abbiamo fatto un giro sul Rutor e, a un certo punto, abbiamo visto una roccia da dove veniva giù l’acqua. Siccome le borracce erano vuote, l’abbiamo bevuta. Questo errore ci ha tagliato le gambe. Dopo neanche quindici minuti ci siamo accorti che non potevamo più continuare, per nessuna ragione. Non si deve ingerire l’acqua pura dal nevaio, non ha ancora acquisito i sali minerali necessari. In ogni caso, a lezione imparata, il giorno dopo eravamo pronti per l’assalto alla vetta.”
Pietro continua ancora a raccontare con passione di quella giornata, delle lunghe ore tra avvallamenti e crepacci, senza un gps o un cellulare che avesse potuto rintracciarli in caso di emergenza. La selvaggia passione di avventurarsi sempre più in alto – e più in là – brilla nei suoi occhi di veterano alpinista come un fuoco mai spento.


I pendii erbosi, di tanto in tanto intervallati da piccoli agglomerati di case o cascine isolate, sono di quel verde brillante che la pioggia solitamente dipinge nelle giornate uggiose. Lumini è un piccolo suggestivo borgo a pochi minuti da San Zeno, si dice che fu chiamato così proprio per i fuochi che gli abitanti accendevano di notte per tenere lontani i lupi. Lumi nel buio e intorno il deserto dei secoli.
A pochi passi dal minuscolo centro, l’albergo Montebaldina è gestito dalla famiglia Mantovani da tre generazioni ed è uno di quei luoghi dove continua a vivere la convivialità dei piccoli paesi di montagna. I turisti passano per qualche settimana, i ciclisti per un’ora o due, gli abitanti ci trascorrono tre quarti – forse di più – della loro intera vita.


Nella sala da pranzo più piccola, alle pareti sono appesi dei curiosi e colorati piatti decorati a mano. Lei spiega che vengono dai suoi viaggi. In ogni luogo che visitava, ne comprava uno per portarlo qui. Pezzi di mondo in quello che è sempre stato – e sarà – il suo intero universo. Perchè se c’è una cosa della quale è sicura è quella di restare.
“Sono nata e vissuta qua” dice. “Non ho mai pensato di andare via. Se ho voglia – o bisogno – di andare in città prendo la macchina e vado a Verona in trenta minuti. Poi però torno qui, non posso barattare la pace di queste montagne con niente altro. Qui si sta bene, esco, faccio le mie passeggiate sul mio sentiero del cuore, mi godo il silenzio e sono felice.”
Lina spiega come, qualche anno fa, si era insinuato un vero senso di evasione tra la gente che pensava di trovare nella città una nuova El Dorado. Ma adesso il ritorno alle origini sta richiamando molti ragazzi ad una vita quieta, fuori dalla continua ossessione della connessione ad ogni costo.


Lina non riesce a trattenere qualche lacrima quando ricorda suo padre che non c’è più. La cura di una gestione genuina e familiare è un valore che le è stato trasmesso fin da piccola, quando lo vedeva lavorare per rendere l’albergo sempre più accogliente.
“Lui faceva il muratore e ha realizzato tutto questo. Era una persona meravigliosa e io non voglio che tutti i suoi sacrifici siano vani. Io ci credo tanto, sono cresciuta qua e cerco di dare il massimo sempre. Da qui è passato un pezzo di storia di Lumini, spesso ne parlo con mia sorella e riaffiorano tanti ricordi, sulle persone che frequentavano il posto, veri personaggi da romanzo.”

Lina racconta piano, con una lieve timidezza, perché ciò che fa le sembra semplice. Come in tanti bar di paese di una volta, anche qui i bambini hanno cominciato presto a darsi da fare. Lei a dodici anni già aiutava i genitori con le commissioni, pensando alle tante piccole cose che ci sono da fare quando si abita in un piccolo borgo come questo.

La strada si inerpica stretta su per la montagna circondata dai pini e dai castagni. Praticamente è impossibile vedere il panorama finchè non si arriva in alto, dove la ghiaia finisce e si apre il grazioso pianoro dominato dalla rustica con il tetto in legno del Baito dei Santi. Il lago ora laggiù occhieggia azzurrino tra le fronde ancora spoglie per l’inverno.
“Santi qua non ce ne sono” esordisce ridendo Stefano, aprendo la porta sull’interno, dove effettivamente non c’è nessuno. Solo lui – gioviale guardiano di questo posto – e i suoi formaggi che riposano al buio della cantina, tra le mura di questa costruzione che ha visto passare tre generazioni.



Apre la porta della cantina dove la fievole luce che entra dalle finestre illumina le tondeggianti forme dall’intenso profumo di latte e fieno. Intanto racconta che, negli anni d’oro, suo padre ha cominciato ad investire, subentrando a suo nonno, e comprando una cinquantina di mucche, oltre a costruire una stalla. Poi è stato lui, appena compiuti diciotto anni, ad aprire un mutuo per realizzare la stalla nuova di milleottocento metri quadrati con un impianto di mungitura.


Mentre Stefano racconta di quando si sveglia alle cinque per fare il formaggio, proprio in una stanzina accanto a questa – dove si intravedono i macchinari – sottolinea come questa malga sia un’eredità importante della sua famiglia.

Il nonno di Stefano guarda ancora dal camino, con in mano il suo secchio di latte. Sicuramente non poteva prevedere che nel 2025 suo nipote avrebbe sentito ululare il lupo qui sopra il Baito e nemmeno che l’uomo potesse distruggere un’ecosistema importando animali a proprio piacere.

Smontando dal suo fuoristrada, Stefano indica i suoi castagni, adagiati sul pendio, spogli ma abbastanza eleganti da dipingere un quadro in cui l’azzurro del Garda ricorda il periodo blu di Picasso.
Lui sottolinea come questa sia una realtà in cui tutti hanno creduto moltissimo, fin dall’inizio. Ottenere una denominazione è stato un traguardo importante e ha testimoniato come la passione dei soci nel promuovere il territorio abbia dato i frutti sperati. La classificazione del marrone ha una calibrazione precisa che divide il prodotto in tre mani. il calibro extra 28 mm rappresenta la prima scelta, sono le castagne che possono ambire anche al prestigioso Marron d’Oro in cui vengono giudicate per colore, sbucciatura, sapore.



È proprio Stefano a consigliare di passare alla Casara del Baldo, giù in paese. Dentro, la prima cosa che salta all’occhio è un cartello con scritto “Uova di montagna da galline felici”. Giovanni – il proprietario – è sorridente e accogliente, prepara un tagliere con formaggi, salumi e mostarde e riempie i calici di vino per una delle sue degustazioni. Dalla ricotta che sa di latte appena munto al più stagionato d’alpe. Lui e Stefano sono casari e amici, entrambi nati e cresciuti qui sono legati dalla passione per il territorio e per il formaggio.
“Ho un’azienda agricola di vacche da latte e anche galline” spiega. “Dal 2022 ho voluto aprire questo punto vendita, uno spazio dove le persone possono acquistare i nostri prodotti e dove ci si può fermare a fare degustazioni, scoprendo così i sapori del nostro territorio. È una bella opportunità per i turisti ma è anche diventato un piacevole punto d’incontro per le persone del posto.”

Mentre spiega la direzione in cui dovrebbe andare la verticale di formaggi – chiaramente dal più fresco al più stagionato – aggiunge che i formaggi sono prodotti partendo dalla qualità del foraggio, sempre di loro produzione e proveniente dalle campagne di San Zeno. Quindi anche il latte ha proprietà diverse con un contenuto di proteine e grassi più alto.
“Abbiamo dal latte allo yogurt naturale passando per gli stracchini, le ricotte e gli stagionati” aggiunge. “Il risultato è un prodotto realizzato con una materia prima che non ha confronto con quelli sul mercato. Il nostro formaggio ogni volta è diverso. Certo la ricetta è sempre quella ma le condizioni cambiano continuamente. Magari a giugno l’erba è più fresca, ci sono più fiori e hai un tipo di latte più grasso, più ricco. Al contrario è possibile che, a settembre, l’erba sia più secca e hai un latte un po’ più magro. Per esempio questa è la base migliore per fare un formaggio stagionato.”


Nello stereotipo moderno, Giovanni è il classico ragazzo che ha scelto di vivere in mezzo alla natura, proseguendo l’attività di famiglia. Le sue convinzioni invece sono molto più radicate di un semplice luogo comune. Il valore fondante è quello di poter restituire qualcosa al paese al quale appartiene.

Il futuro, per Giovanni e Stefano – che continuano a parlare di progetti – è far uscire San Zeno di Montagna dai propri confini con una chiara identità territoriale.
“Il nostro è latte di montagna, ha un grande valore e bisognerebbe dare un nome a questa filiera, introdurla sul mercato. Questo darebbe un grande merito al luogo dove viene prodotto. E poi caratterizzarci per un singolo prodotto, come un brand. Ma per tante cose bisogna avere pazienza, un passo alla volta. Sono sogni a lungo termine e certamente difficili da realizzare ma abbiamo il dovere di provarci.”


Ha smesso di piovere. Sul circuito c’è un fiume di fango rosso e denso come una vena di sangue. Qua e là emergono pozze del recente diluvio, assomigliano a quei piccoli laghi che i bambini usavano per far veleggiare le loro barche di noci, quando gli smartphone non erano entrati nella nostra vita, migliorandola prima e distruggendola poi.
Mancano pochi minuti alla partenza della gara junior ed esce uno squarcio di timido sole come un’apparizione dalle nuvole grigie. Francesca è qui con suo nipote che, sotto il cappuccio, rivela una cascata di riccioli biondi “fotogenici” come fa notare lei.

Le restrizioni della pandemia hanno fatto il resto. Appena Francesca capisce che i cancelli sarebbero rimasti chiusi a lungo, fa i bagagli e torna a casa. Questa volta per restare.

“Siamo rimasti perché è un luogo bello in cui vivere” spiega. “Con la mia azienda sono riuscita a farmi trasferire a Verona e posso lavorare in smart working – qua la linea è super veloce. In pausa pranzo posso correre o prendere la bici, in un’ora riesco a staccare da tutto, andare fino al lago e tornare in montagna. Sono una persona che si reinventa sempre e questa è stata una fase importante della mia esistenza. Se dovessi romanzare la mia esperienza è sempre una questione di adattamento. In questo caso per me è stato più facile perché già conoscevo San Zeno e i suoi abitanti. Poi appena arrivata qui ho cercato subito di aumentare la mia presenza nella comunità, mi sono data da fare, perchè mi piace l’idea di restituire qualcosa al luogo in cui vivo.”


Mentre Francesca spiega a suo nipote che i bikers saranno qui tra poco – sono su una curva all’altezza di metà giro più o meno – racconta del suo rapporto con la bicicletta. Un amore sbocciato all’improvviso poco più di quattro anni fa ma che già ha scavato nel suo cuore più a fondo di quanto avesse mai previsto.
“Con la bici ho un legame simbiotico” sorride. “È qualcosa che ti scava tutte le energie che ti sono rimaste, senti che stai raschiando il fondo del barile e sai che devi continuare, che puoi averne ancora. È allenante anche per la vita. Mentre nella corsa è più meccanico, su due ruote è molto più logorante. Lo scavare è molto più lento e la mia testa, durante quei momenti si fa dei voli pazzeschi. Il gesto ti induce molto a pensare e quello è il tempo in cui posso stare da sola, riflettere su me stessa e su tutto il resto. Poi il cervello, quando hai finito la benzina, ti fa scherzi assurdi. Cominci a pensare subito che hai fame e, in un mix tra chimica e pensiero, cominci ad avere delle visioni.”

Che il ciclismo abbia una componente di soprannaturale mescolato con la più bieca delle realtà è qualcosa di assodato. Ma le emozioni non sono tali solo quando si pedala in solitudine, lo conferma lei stessa quando ricorda la sua gialla estate al Tour de France. Pedalando su una salita iconica come il Col du Tourmalet ha sentito il tipico brivido di essere al centro del mondo per un soffio.

Innamorata della bici ma anche dello sport, Francesca ha anche un debole per la neve e per lo sci di fondo. A San Zeno infatti – cosa curiosa per un luogo dove il candido bianco dell’inverno non è una certezza – c’è uno sci club che nel 2026 compirà cinquant’anni.
“Faccio parte del direttivo” spiega. “Parliamo di un club storico con un centinaio di soci. Godiamo di gloriosi fasti antichi e la tradizione è molto sentita qui. La cosa bella è che anche quest’anno abbiamo avuto una decina di bambini iscritti. Complice la pandemia e la riscoperta della cosiddetta montagna slow, lo sci di fondo sta vivendo una nuova giovinezza.”

Sono dodici le edizioni della Marcialonga alle quali ha partecipato Francesca. Tutte rigorosamente con la sua famiglia, per motivarsi a vicenda. In una si è addirittura rotta un polso e l’adrenalina l’ha portata a concludere la prova, nonostante il dolore e il gonfiore. Quando le viene chiesto se non avesse pensato di lasciare perdere, la risposta è imperativamente negativa. Lo sport per lei è prevalentemente resistenza, andare oltre la forza fisica per godere di quella mentale.
Adesso passa il primo giro e, con suo nipote, incita gli atleti godendosi uno di quei momenti per cui il ritorno a casa vale come tutto l’oro del mondo. Brevi momenti, intense emozioni, questa è la matematica che il ciclismo ci ha insegnato da subito.



La nebbia sale come due stregonesche mani che afferrano i tronchi degli alberi conferendo al paesaggio un’atmosfera spettrale. I pini scuri sono sagome eteree dai contorni sfuggenti come nei sogni delle mattine cupe. Tre ragazzini come dei divertenti clown gridano con un megafono rompendo il silenzio. Rompono la quiete calma della risalita di un’atleta che sembrano conoscere molto bene.

“Siamo qua per Dalia Buzzi,” dice uno di loro “che è mia sorella.”
“E nostra compagna di squadra” gli fa eco l’altro.
“Veniamo da Varese” dice un altro.
“Mia sorella ha sempre fatto strada” spiega ancora. “poi da allieva primo anno ha cominciato a praticare anche Mountain Bike. Ci alleniamo spesso insieme a casa, anche se corriamo su terreni diversi. Domani lei farà anche il Trofeo Binda. Condividere una passione è bellissimo.”
I tre sorridono e continuano a gridare al megafono, specialmente quando si avvicina la madre che è già simpaticamente pentita di aver lasciato loro quello strumento di tortura per le orecchie. Ma al bosco piace che tre piccoli folletti possano dare un po’ di filo da torcere al sempiterno silenzio in cui è imbevuto per tutto il resto della stagione, e anche oltre.




Giorgia Pellizotti è seduta su una panchina accanto a sua madre. Sorride tranquilla, ha vinto e – probabilmente – si è anche divertita. Il tendone rimbomba delle voci di quelli che si sono rifugiati qui sotto. Là fuori la pioggia continua a martoriare il circuito e appare – nella migliore delle ipotesi – come una benedizione. L’acqua lava via il fango, lo scioglie come una medicina, rende le pedalate più fluide di quanto potrebbero essere se smettesse di diluviare.


Giorgia ha già fatto una stagione di ciclocross impeccabile, correndo con le migliori atlete al mondo, su circuiti leggendari, di quelli che ti sogni fin da bambina. Prove che hanno dimostrato il suo pedigree da campionessa rampante, grazie alla sua capacità di tenere testa alle strategie e alla tensione del momento. Da figlia d’arte – suo padre è il campione italiano su strada Franco Pellizotti – è quasi scontato chiederle il suo rapporto con un genitore che può dare consigli e condividere gioie e fatiche.


Mentre scende la sera, le lampade illuminano gli angoli del paese di una soffusa luce che sembra appartenere ad un secolo senza elettricità. La poesia del lago laggiù ancora chiaro viene accerchiata dalle mille lucine delle coste.
Quassù il mondo resta immobile, un corvo vola su un castagno antico che questo autunno perpetrerà una tradizione millenaria, così ad ogni stagione fino a che le persone continueranno ad amare questo luogo sospeso tra la quiete dell’acqua dolce e la tenacia della roccia.


Master: è ancora possibile iscriversi inviare mail a iscrizioni@internazionaliditaliaseries.it
Giovanile: se avete ancora atleti da iscrivere inviare mail a iscrizioni@internazionaliditaliaseries.it ed attendere una risposta