
Testo e foto:
Miriam Terruzzi
Salendo verso Lamosano, la gloria della luce mattutina bacia i piccoli agglomerati di case ai piedi della valle o aggrappati sui versanti e circondati dai prati sempre più verdi dopo i temporali recenti. A tratti la montagna erosa rivela con placidità il suo animo incostante.
Qui si vive in comunanza. Sette antiche Regole hanno deciso di unirsi per tutelare le tradizioni e mantenere acceso quel legame ancestrale con questi luoghi che nei secoli hanno plasmato i caratteri di uomini e animali. Il ciclismo arriva come una festa e trasforma il weekend in un pretesto per trascrivere le storie di chi ha vissuto qui per generazioni e non può neanche immaginare un’esistenza lontana da queste foreste e dai loro segreti.

Natale indica la pergola che incornicia la scalinata di pietra che porta a casa sua. Il sole gioca con le ombre sul suo viso che conta ottanta primavere trascorse su queste montagne. “Questa vite” dice. “Fa un’uva così dolce, ma così dolce, che per la volpe è una vera tentazione.”
Nel suo garage custodisce una considerevole collezione di trofei di caccia e di palchi di cervi raccolti dai boschi. Luoghi dei quali ha una mappa in testa che fa invidia, specialmente se vivi in una società abituata a impostare il navigatore per tornare a casa. Lui dice che saprebbe riconoscere ogni pietra, persino ad occhi chiusi, sasso per sasso. Lo chiamavano persino quando la gente si perdeva sulle montagne, sapevano che era tra quelli che si facevano i dislivelli di mille e passa metri a piedi nudi, quando le scarpe erano una prerogativa dei giorni di festa.


Mentre Natale mostra l’orto e le varietà antiche di fagioli dell’Alpago – molto più similI ai più noti di Lamon – che, negli anni, hanno sempre piantato le generazioni della sua famiglia, fa notare come le patate crescano in armonia con le cipolle. Sono le piccole cose dei contadini di una volta che fanno sentire la modernità così fuori luogo da non tenerla nemmeno più in considerazione. Qui ancora si usa la falce per tagliare il fieno, persino in altura. Da secoli gli uomini battono i loro strumenti, li affilano, li plasmano per sopravvivere in verticale. Eppure, entrando in questo universo quasi arcaico, vien da chiederci se forse non siamo noi che ci limitiamo a respirare senza scopo, in un mondo che ci è stato usurpato da quello che avevamo di più caro: l’autenticità.
Indica i ciliegi, divorati dalle piogge acide. Dice che gli uccelli quasi non li vede neanche più.
Ma questa cosa della distruzione dell’Eden non è una fissazione degli anni Duemila. Al di là di questa valle infatti, sessant’anni fa, un’onda di cinquanta milioni di metri cubi ha raso al suolo un intero paese. E tutti sanno come si sia arrivati a quella tragica notte.
“Lo sapevano che il Monte Toc sarebbe franato” dice Natale. “Ma solo alcuni sanno che la Diga del Vajont avrebbero dovuto farla qui. O meglio, l’ingegnere che l’ha costruita era venuto a fare dei sopralluoghi e c’era un modo più sicuro e più economico per portare il fabbisogno energetico. Poi hanno cambiato idea.”
Il suo sguardo sembra andare oltre, lassù al di là della parete rocciosa che segna il confine tra le due valli. La quiete e l’aria mite che porta il profumo di fieno al sole fa pensare che qui il Paradiso sia sopravvissuto a tutto, al tempo e a tutto il resto del mondo.

Dalla porta finestra che si affaccia sul balconcino entra tutta la gloria del verde e dell’azzurro della conca di Alpago. Lungo la parete ci sono i quadri che dipinge sua moglie: la chiesetta dove si sono sposati, una veduta dalla finestra verso il fienile, Natale in un giorno d’inverno, accanto al fuoco con il cane acciambellato ai suoi piedi. Adesso che è estate, il camino è spento ma resta comunque il nucleo della casa.
L’esistenza della famiglia De March è legata a doppio filo a questi luoghi: gli avi hanno abitato qui per secoli, fin dal Cinquecento, sopravvivendo con l’agricoltura. Da Alpaos – il più antico nucleo abitativo- sono arrivati qui, dove la foresta regnava incontrastata.
“Erano tutti carbonai” racconta Natale, “spaccavano la legna, lavoravano i campi. In inverno, con il piccone e la pala, tiravano su le ceppaie che avevano tagliato per il terreno dove seminavano le patate, il granoturco, il frumento. Era tutta sopravvivenza. Chi aveva il terreno da lavorare andava bene, gli altri meno. Allora andavano ad aiutare un’altra famiglia che poi dava loro da mangiare. Così si andava avanti. Poi hanno cominciato ad emigrare e, da ottanta che eravamo in questa borgata, siamo rimasti una decina.”


Arrangiarsi era la parola d’ordine nei tempi in cui lui era solo un bambino. Si andava a pescare al torrente e a cacciare di frodo, si falciava a millesettecentometri di altitudine per raccogliere un braccio di fieno e mantenere la capra o la mucca. Se Jack London fosse stato qui, sicuramente avrebbe scritto un racconto ancestrale, dove le credenze si mescolano con la realtà, come a volte fanno i miracoli. A cinque anni Natale si è infilato in una tana di un tasso per recuperare la sua magica pelle che, in sette giorni, ha guarito un ragazzo in fin di vita. A dieci anni, scalava le montagne nutrendosi di quello che cacciava, in compagnia solo del suo cane e dell’immenso cielo stellato.
Quando gli viene chiesto se non avesse mai avuto timore di avventurarsi nella natura selvaggia o di dormire all’aperto circondato dal buio, lui risponde semplicemente:


La strada che sale a Pian Formosa si inerpica tra i boschi e le case di pietra affacciate sulla valle, una volta affrontato l’ultimo strappo, la visione si apre su un pianoro incantato con le montagne trionfanti sullo sfondo come in una cartolina. Tra l’erba punteggiata di fiori e di erbe selvatiche, si scorgono le pecore di antica razza alpagota che pascolano tranquille e i cani a vegliarle con l’occhio sempre vigile.
Sara ci accoglie sorridente, sotto al portico dell’agriturismo, con una fetta di crumble al cioccolato e il liquore al tarassaco – tutto fatto in casa.



Una passione in crescendo che comunque andava di pari passo con i loro lavori di muratore ed impiegata. Fino a che, nel luglio 2022, hanno colto l’occasione di partecipare al bando per la gestione dell’agriturismo Pian Formosa. Pascoli, stalle, struttura alberghiera e ristorativa: il momento giusto per cambiare esistenza e dedicarsi a quello che amavano di più.

Mentre i cani arrivano abbaiando verso la recinzione, Sara spiega che senza di loro sarebbero persi.
“Ci avevano detto che dovevamo prepararci all’arrivo del lupo” racconta. “Noi abbiamo preso due pastori abruzzesi, perdendo un anno di vita ad addestrarli. Dodici mesi fa abbiamo dovuto fronteggiare la prima predazione del lupo ma c’era un solo cane, l’altro era con gli asini. Da quel momento è avvenuta la rivoluzione. Ora gli animali stanno tutti insieme e i cani sono diventati cinque. È difficile, non lo nego, ma andiamo avanti.”
Da questa prospettiva può vedere come l’agriturismo sia veramente immerso nella natura, con la luce dorata del pomeriggio che filtra tra gli alberi. Laggiù uno dei loro figli guarda curioso il drone che stanno alzando i ragazzi. Sara dice che per i suoi figli vivere nella natura è una benedizione, grazie a tutti gli insegnamenti gratuiti che ricevono quotidianamente.



A quest’ora, quando il sole ha scaldato i prati per tutta la giornata, si sente ancora più intenso il profumo della menta che si nasconde tra l’erba dei campi e la valle è azzurrina, quasi trasparente in lontananza, come se non esistesse nemmeno. Come se ci fosse solo questo luogo perfettamente a fuoco. Sara è convinta, non si è pentita mai della loro scelta. Quando ti abitui alla pace, è difficile – praticamente impossibile – pensare di tornare indietro.
In ogni piccolo paese che si rispetti ci sono dei punti di riferimento – la chiesa, il bar, l’oratorio – luoghi dove la gente si ritrova, passa il tempo, e senza i quali sarebbe impossibile concepire il tessuto sociale di quel territorio. Uno di questi è la cooperativa di Lamosano che ha una incredibile storia di centoquindici anni, cominciata come casa di riposo e trasformatasi poi in un autentico nucleo di riferimento per l’Alpago e persino per le cooperative nazionali.


“L’idea di aprire la casa di riposo venne ad un signore appena tornato dall’America ma, ad un anno dall’apertura, nessun anziano ci aveva ancora messo piede” racconta Zaccaria. “Allora l’hanno trasformata in un’attività commerciale. Qui venivano a scambiarsi i prodotti, qualcuno portava l’olio, qualcuno il frumento, le farine. Una volta funzionava così.”
Nessuno meglio di lui che è il presidente può raccontare il ruolo sociale di questa che è un po’ come una famiglia, duecento ottanta soci che veramente hanno a cuore il territorio e la gente che lo abita. Questo infatti non è solo un supermercato ma un vero e proprio centro nevralgico. Le persone vengono a fare la spesa e scambiano qualche parola, trovano i prodotti degli agricoltori o degli allevatori – salumi, formaggi, patate, fagioli – e possono così sostenere la comunità locale.

Mentre Zaccaria prende un barattolo e mostra i batuffoli di lana, spiega che la razza alpagota è tra le più antiche esistenti e ora ce ne sono circa tremila su tutto il territorio dell’Alpago. Storicamente ha milleduecento anni e la prima menzione risale ad una bolla vescovile di Belluno dell’anno 890 d.C. Una tradizione che attraversa i secoli, tornando indietro alle notti dei tempi, quando uomini e animali sapevano di far parte dello stesso cerchio.
“Anche noi siamo parte della biodiversità” dice Zaccaria, “le pecore sono di grande aiuto nel mantenimento dell’equilibrio, riescono ad arrivare in punti impossibili e tengono pulita la montagna. Se i pascoli vengono abbandonati, le piogge possono fare grandissimi danni, trasportando tutto a valle, a differenza del contenimento che può offrire un pendio di erba ordinata.”
Sugli scaffali ci sono coperte, ciabatte di lana cotta dalle proprietà quasi terapeutiche e un indumento praticamente iconico che usavano i pastori per le aspre giornate sulle montagne, a vegliare il gregge. Scoprendo che, sotto questo tabarro di lana, il corpo umano può resistere quasi otto ore sotto l’acqua rimanendo asciutto, viene subito da pensare ai chilometri che venivano percorsi là fuori in certe notti oscure e piovose. Allora le casere erano ancora illuminate dalle candele e le stelle erano più fitte nel buio profondo sopra le vette, o tra gli alberi dove le fronde si aprono per mostrare il cielo.


Le viti sono di un verde sfolgorante nella luce della mattina. Eros scruta i grappolini che si nascondono ancora tra le foglie. Lui è qui da trentacinque anni, ha sposato una ragazza dell’Alpago e ha iniziato a coltivare la vite perché sapeva che questo territorio era naturalmente votato a questa produzione. Pinot nero, inizialmente. Ma poi tutto è cambiato quando ha sentito parlare delle varietà PIWI, naturalmente resistenti alle malattie e che possono ambire a definirsi la vera frontiera biologica dell’enologia.
Se un vigneto tradizionale normalmente necessita di una quindicina di trattamenti l’anno, questi – in anni non particolarmente piovosi – non ne richiedono neanche uno




Oggi il Consorzio Viticoltori Alpago – AVA – conta dieci soci che possiedono piccoli appezzamenti sparsi per i comuni dove i vitigni resistenti hanno dato vita a tre tipologie di vini: un Bronner, un Solaris e un Cabernet Cortis. Il quarto è un plus dedicato ai momenti di festa, un Solaris spumantizzato. Per chi non ha mai sentito questi nomi ed è abituato con le varietà più classiche, è difficile associarli a delle proprietà organolettiche o ad un gusto preciso. Ma, come tutte le rivoluzioni, ci vuole tempo e sensibilità per comprenderle fino in fondo.

“Inizialmente nessuno conosceva queste viti” conferma. “Adesso, piano piano, abbiamo messo in moto questo meccanismo e la gente comincia ad interessarsi e ad apprezzare. Non abbiamo una grande produzione ma per noi, prima di tutto, è una passione. Crediamo in questa metodologia che ci permette di rispettare il nostro ecosistema e trarne beneficio senza distruggerlo.”

A Chies d’Alpago la corsa si organizza dal 1990. Qui si sono svolti numerosi campionati dedicati a svariate discipline. Una storia di passione per lo sport e per il territorio che coinvolge le persone in un weekend di festa. Gli organizzatori non sono solo un gruppo di amici, assomigliano più ad una famiglia che, nel bene e nel male, condivide tutto. Per questo oggi tutti indossano le magliette con scritto “Ciao Gian”, un omaggio al vicepresidente Gianluca Barattin che li ha lasciati due anni fa.

“Gian amava la bici e la natura” spiega Mauro mentre le ragazze stanno percorrendo gli ultimi due giri. “Non era una persona di tante parole ma era molto operativo. Quando se ne è andato ha lasciato un grande vuoto.
Recentemente gli abbiamo anche dedicato una scultura di un artista locale, che fa parte di un percorso artistico lungo un sentiero molto bello su queste montagne. Oggi continuiamo ad impegnarci nel suo ricordo e in quello di un altro grande amico che se ne è andato da poco. Li sentiamo vicini, come se fossero ancora qui a darsi da fare con noi, affinchè gli atleti si sentano spinti a dare il massimo sul circuito.”


Con la divisa degli azzurri, il CT Mirko Celestino è appena tornato da un giro sul percorso, e i ragazzi lo salutano giro dopo giro. Qualcuno si ferma a parlare, non solo della condizione ma anche di altre cose. Discutono del percorso, più tecnico, nella direzione in cui tutti i tracciati stanno andando da quindici anni a questa parte


Quando sei il direttore della Nazionale devi essere anche un po’ psicologo e un po’ confidente, pensare agli atleti e alle atlete come a dei singoli nell’insieme della squadra perchè solo così l’obiettivo diventa di tutti. Il ciclismo, che è sempre in bilico sull’imprecisa linea tra sport individuale e di gruppo, funziona in modo totalmente diverso quando si corre sotto la stessa bandiera.

“Alla vigilia di un evento importante come quello di Parigi” spiega, “sono contento della condizione dei nostri Azzurri. Sappiamo che in queste occasioni è sempre difficile fare previsioni, tutto si gioca in una sola giornata e c’è molta tensione sotto questo aspetto. Di certo, durante le ultime gare di Coppa, Luca Braidot e Simone Avondetto sono andati veramente forte. La stessa cosa si può dire di Chiara Teocchi: l’abbiamo vista comportarsi benissimo in Brasile. Marta Berta è un pochino più in ritardo con la preparazione ma le ultime settimane saranno decisive per arrivare pronta a questo grande appuntamento.”



Christian Bernardi ride e scherza con una sua compagna di squadra. Ha una t-shirt e i pantaloni corti, oggi non correrà ma lui è felice comunque. Ieri ha disputato la sua prima gara dopo chissà quanto. Ad aprile aveva ricevuto la notizia più bella della sua vita: dopo sei mesi di cure aveva sconfitto il linfoma che gli avevano casualmente trovato lo scorso ottobre, durante un esame di routine.
“Oggi non posso correre perchè i medici mi hanno consigliato di aspettare ancora una ventina di giorni per le gare di endurance” spiega. “Ma gareggiare nel team relay ieri è stata un’emozione incredibile, non la scorderò mai, specialmente qui, sul circuito di Internazionali d’Italia Series.”

I trentatré gradi del primo pomeriggio rendono l’asfalto quasi liquido, deformando la linea dell’orizzonte come nei circuiti di Formula Uno. Giorgia Marchet sbuca dall’ultima curva, indossa la maglia di IIS e, quando supera la linea bianca, alza debolmente il pugno. Sa che ora il circuito è suo, anche se sicuramente, nella sua testa, aveva immaginato un film diverso.
Suo padre la segue con una bottiglia d’acqua fresca, un asciugamano e altre cose di pronto intervento dopo una corsa caratterizzata dal caldo estenuante.
“Noi siamo una famiglia di sportivi” racconta. “Mia moglie giocava in B1 di pallavolo e io ho fatto i campionati del mondo di paracadutismo. Giorgia veniva da piccolina a gattonare sui teli dove ripiegavamo i paracadute. Crescendo, i nostri obiettivi sono chiaramente cambiati. Continuiamo comunque a fare quello che amiamo ma ci piace seguire lei durante le competizioni perché è il futuro.”


Giorgia riprende fiato, si versa l’acqua addosso che gocciola ovunque. Sono circa quindici anni che viene a correre a Lamosano, stagione dopo stagione, fin da quando era giovanissima e veniva a fare i circuiti dedicati ai G3.
“La mattina correvano i pro e io ero veramente felice di poter girare sullo stesso tracciato dei grandi” racconta. “Poi sono cresciuta e ora sono io a competere con le campionesse. È bellissimo per me essere diventata un’atleta qui, in paese si respira tanta passione e, quando c’è la manifestazione, c’è un’aria di festa che è impagabile. ”


Mentre osserva sua figlia sul podio, lui spiega:
“La bici non è mai stato uno sport di famiglia. Il fine settimana andavamo insieme a fare qualche giro in paese ma niente di più. L’agonismo l’ha scoperto da sola, un mio amico ha notato che le piaceva tanto pedalare dopo la scuola e si è iscritta ad una piccola squadra. Così è cominciato tutto.”
Giorgia spiega che quando ha vinto il campionato italiano da Under 23 qui a Chies d’Alpago, suo padre era là all’ultima curva e le ha passato il Tricolore. Ancora adesso, se ci pensa, le vengono le lacrime agli occhi.


Lui conferma e insieme ricordano anche la vittoria sempre da Under 23 in coppa del mondo a Nove Mesto. Un tracciato iconico, che nessun italiano aveva mai vinto prima. La
giornata giusta, la fortuna e l’universo dalla tua parte: succede questo nelle giornate benedette, quando tutto va esattamente come deve andare. Il ciclismo è un tetris di situazioni che hanno rare possibilità di incastrarsi ma, quando succede, allora la gente può vedere cos’è la magia.

L’afa del tardo pomeriggio sale fin quassù facendo cantare le cicale senza sosta. Da un punto che si affaccia sul crepaccio si riconosce la roccia nuda che scende a valle.
Franz – il nipote di Natale – spiega che quella è la frana del Tessina. Prima di andare via, il sole colpisce improvvisamente quello squarcio sul versante, cicatrice eterna che ricorda antiche battaglie.
Qualcuno ha detto che è dalle ferite che entra la luce.


Master: è ancora possibile iscriversi inviare mail a iscrizioni@internazionaliditaliaseries.it
Giovanile: se avete ancora atleti da iscrivere inviare mail a iscrizioni@internazionaliditaliaseries.it ed attendere una risposta